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YOGA IN CARCERE

La Fondazione Studi Bhaktivedanata ha promosso un’opera di volontariato presso il carcere di Sollicciano organizzando, in collaborazione con Centro Studi Bhaktivedanta, un corso di yoga per detenuti. In sette lezioni, il docente del CSB Fabio Pitti ha proposto un lavoro composto di esercizi fisici con sequenze di asana (posture) e tecniche di pranayama (gestione e consapevolezza del respiro) propedeutiche allo sviluppo della concentrazione e della conoscenza profonda di sé.

Il lavoro sul corpo è stato integrato dall’introduzione filosofica ai concetti dello Yoga tratti dai testi tradizionali dell'antica civiltà indiana. Questo percorso, rivolto ad una tipologia di pubblico con problematiche legate alla tossicodipendenza, ha offerto elementi di conoscenza utili al rafforzamento della volontà per edificare una vita fondata su valori etico-morali secondo i canoni dello Yoga, in primis ahimsa o non violenza.

Promuovendo il rispetto del corpo e della dignità propria e altrui si è permesso a coloro che hanno partecipato di rinnovare la consapevolezza dei valori utili al proprio benessere interiore per favorire un reinserimento sociale dignitoso e di successo duraturo. Per noi, portare questi valori all’interno di una struttura rieducativa come quella del carcere, è stato di fondamentale importanza in quanto ci ha permesso di contribuire ad aiutare i detenuti a lavorare sui propri disagi e sensi di colpa che gravano nella loro coscienza come un peso insopportabile.

Una società evoluta dovrebbe sostenere un programma rieducativo che permetta all’individuo una forma di riscatto che assieme al beneficio della pena giudiziaria possa accompagnare il soggetto ad una efficace reintroduzione nella società che non può prescindere da una elaborazione matura e costruttiva dei propri errori. La partecipazione dei detenuti è stata attenta ed interessata particolarmente agli elementi che lo yoga offre in merito alla gnoseologia della mente e delle sue dinamiche, tra le quali soprattutto quelle che, secondo la scienza dello yoga, spingono il soggetto ad essere vittima delle proprie tendenze (vasana).

Un’altra questione rilevante dell’ambiente carcerario è quella del sovraffollamento, con cui anche questo progetto ha dovuto fare i conti dovendo organizzare gli incontri dei gruppi in spazi ristretti in base alle richieste di partecipazione. Secondo i dati del sito ristretti.it, (aggiornati al 19 novembre 2011) il totale dei detenuti presenti all'interno delle carceri è di 68mila unità, ben oltre la capienza regolamentare che si attesta intorno alle 44.412. Tutto questo ovviamente favorisce disagi e difficoltà che portano i numeri impressionanti che riguardano i detenuti in carcere, ovvero un totale di 1915 persone decedute tra il 2010 e il 2011, di cui 685 si sono suicidate. In queste condizioni la forte identificazione nei corpi fisici e mentali produce uno stato di stress ancora più alto che in situazioni di vita più sostenibili. In ogni caso anche nella società libera sono sempre di più le persone che si sentono schiave di paure, tensioni, nervosismo e affaticamento che opprimono quel sano senso del vivere, disagi spesso dovuti alla scarsa capacità di adattamento alla convivenza con gli altri esseri.

Lo stare assieme ad altre persone è quindi una scienza che dovrebbe essere insegnata nelle istituzioni educative o rieducative classiche, soprattutto la famiglia, la scuola e gli istituti di detenzione, con maggiore impegno e specializzazione di quello che oggi la società moderna è in grado di offrire. Il collegamento ad una filosofia tradizionale come quella dello yoga può aiutare il processo di armonizzazione delle relazioni in prima istanza attraverso l’insegnamento di elementi di conoscenza che aiutano il soggetto a non identificare se stesso a quelle maschere psicofisiche che appartengono ad ognuno di noi. La cultura vedica, da cui proviene la disciplina dello yoga, insegna che il nostro stesso corpo psicofisico è una gabbia, una cella. Fin dai testi più antichi, come il Rigveda, si esorta alla trascendenza del piano corpo-mente attraverso la meditazione (dhyana), ovvero un modo per riconoscere il proprio vissuto in una condizione di realtà altra da quella immanente. In questa prospettiva la soluzione non prevede una evasione, una soluzione facile ed improvvisa.

Il riscatto passa attraverso l’accettazione della propria condizione e delle proprie responsabilità. Il tempo presente, nella visione dello yoga, è quello spazio temporale in cui l’individuo deve lavorare tenendo di conto delle azioni del passato e delle prospettive del futuro. La possibilità di venire a contatto con una prospettiva di libertà dalle proprie gabbie mentali è stata una grande occasione anche per i detenuti di Sollicciano per elaborare con entusiasmo i propri punti di vista e aderire quindi con interesse alle lezioni proposte attraverso una costante partecipazione, domande e curiosità. L'ultima novità per tentare di rendere meno dura la vita dei reclusi è stata quella delle "carceri aperte". Secondo la nuova circolare diramata dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, i detenuti italiani assegnati al regime di media sicurezza (quasi i due terzi del totale) godono di una certa libertà di movimento in carcere tornando in cella solo per la notte. Ma la direttiva, che non risolve il problema legato al sovraffollamento ma lo attenua, non offre certo nessun contributo reale alla funzione socio-educativa. D’altronde nemmeno la proposta dei direttori delle carceri che chiedono come unica soluzione possibile l'amnistia, hanno a nostro avviso centrato la migliore soluzione. Con lo spazio yoga si è cercato invece di rendere al tempo il valore aggiunto nel vissuto quotidiano con i valori della accoglienza delle differenze e dei limiti dell’altro, la capacità di relazionarsi secondo i principi della tolleranza e della non violenza, il recupero della propria dignità attraverso la valorizzazione delle migliori modalità nell’agire e nel pensare.

Anche gli stessi agenti hanno apprezzato come attraverso gli insegnamenti di questa disciplina si potessero ottenere gruppi di lavoro gestiti con disciplina e serietà. Secondo i dati forniti dal "Partito per gli Operatori della Sicurezza", gli istituti penitenziari già ultimati e alcuni perfino arredati e vigilati sarebbero 40. Un numero sufficiente ad accogliere il surplus di detenuti e che renderebbe le loro condizioni più umane e soprattutto favorire lo sviluppo di attività rieducative attraverso il contributo di Istituzioni esterne le quali potrebbero, nel futuro più che mai, diventare di riferimento e di supporto con attività come lo yoga che hanno già riscosso con successo il favore di detenuti, educatori e agenti dei penitenziari.

Il lavoro presso il carcere di Sollicciano è stato condiviso tra l’altro senza che l’appartenenza a differenti fedi religiose abbia ostacolato il loro desiderio di apprendimento. Questa è stata una ulteriore occasione per riconoscere nello yoga una disciplina universale, in grado di attraversare le epoche, la storia e le culture, mantenendo sempre fresco ed attuale il valore del suo messaggio.

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