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Lo Yoga nella prospettiva della Bhakti (Al tavolo per la pace - Duomo di Pontedera)

Prima dell’incontro al quale siamo stati invitati sul tema “Mai il nome di Dio può giustificare la violenza” abbiamo offerto un’invocazione in lingua sanscrita dal nome Mangalacarana  appartenente alla tradizione che rappresentiamo, la Bhakti Vaishnava. Questa invocazione recitata insieme ad altri mantra può ben testimoniare lo spirito della devozione e della reverenza nei confronti del Signore Supremo e di tutte quelle persone che si dedicano ad una vita santa e luminosa, dove violenza e cultura dell’odio non trovano posto. 

Siamo dunque felici di essere stati invitati a questo incontro in quanto condividiamo appieno lo spirito e il messaggio che si vuole trasmettere. Concordo con il moderatore che ha introdotto la discussione apostrofando come truffa ogni tentativo di utilizzare presunti valori religiosi per giustificare atti di violenza.

Secondo la visione della bhakti la violenza gratuita è lontana dal vero spirito religioso in quanto non aderente al volere del Signore Supremo. Questo fondamentale presupposto è del tutto naturale per le persone che fanno ricerca spirituale in modo serio e sincero. Con piacere vi leggo uno dei tanti passaggi della rivelazione della tradizione Vaishnava che chiarisce l’importanza della non violenza e che troviamo nella Bhagavad-gita, testo che fa parte dell’opera conosciuta come Mahabharata. Tale libro, nella cultura indiana, è ritenuto essere uno dei riferimenti più rappresentativi per quel che riguarda la rivelazione divina. 

Leggiamo dunque il verso 29 del capitolo V.

Questo shloka (strofe) chiarisce un passaggio fondamentale per il ricercatore spirituale, poiché spiega quali sono le caratteristiche del Divino e ciò che ne consegue quando ne diventiamo consapevoli:

 

bhoktaram yajna-tapasam 

sarva-loka-mahesvaram 

suhrdam sarva-bhutanam 

jnatva mam shantim rcchati 

 

bhoktaram yajna-tapasam; nel primo passaggio il Signore spiega che i saggi Lo conoscono come beneficiario di tutti i sacrifici e di tutte le ascesi. Quindi l’azione è considerata sacra quando è offerta a Dio. E’ interessante vedere che nella seconda parte dello shloka si evidenzia un’altra caratteristica del Divino che è quella della dimensione universale sarva-loka-mahesvaram; ovvero che il Supremo è il Signore di tutti i pianeti e di tutti gli esseri.

Qui adesso entriamo nel vivo della rivelazione che centra l’interesse del nostro incontro, ascoltate bene: suhrdam sarva-bhutanam; sono l’amico e il benefattore di tutti gli esseri viventi, chi conosce questo ottiene la pace, jnatva mam shantim rcchati.

Questo è il punto… un vero spiritualista sa che se vuole ottenere la lietezza, la gioia profonda, la beatitudine decantata in tutte le tradizioni, non può dimenticare che il Signore Supremo è il benefattore di tutte le creature. Chi opera quindi in nome di Dio non può andare contro questo principio altrimenti è nell’inganno per se e per gli altri e certo non può rappresentare con le sue malefatte il Signore Supremo.

Oggi siamo di fronte ad una escalation di atti criminali eseguiti in nome di Dio e quindi questo tema è assai delicato, cruciale, e dovremmo cercare di capire come mai possono accadere questi fatti, come mai ci sono persone convinte di operare nel bene e in nome di Dio nonostante esse agiscono violentemente producendo sofferenza agli altri, distruzione, morte. E’ difficile, nei cinque minuti che ci sono concessi, affrontare un tema così complesso, ma proviamo a dare un seme che ci possa aiutare a capire. 

All’inizio tra le preghiere recitate è stata invocata la compassione. Avere compassione vuol dire entrare in profonda risonanza con le emozioni e i sentimenti degli altri, vuol dire sentire la sofferenza degli altri come se fosse la nostra. Se questo avvenisse saremmo in grado quindi di evitare con i nostri atti la sofferenza altrui  proprio perché quell’emozione negativa è come se fosse la nostra. Allora domandiamoci come mai per alcune persone questo è impossibile. Come mai alcuni agiscono procurando sofferenze agli altri e quindi non provano compassione? 

La psicologia dei Veda ci spiega che se il campo mentale di un individuo è ingombrato da emozioni di natura impura e fortemente egocentrata, viene meno la possibilità di cogliere con empatia le emozioni degli altri producendo un effetto devastante; infatti, se non sappiamo riconoscere le emozioni che provano gli altri è come se quelle emozioni neppure esistessero per il prossimo. Ecco che l’uomo diventa capace di commettere gli atti più disumani e orribili.

E’ necessario quindi insegnare alle persone come riconoscere i sentimenti e le emozioni, e come distinguere quelle sane da quelle malate. Questo è un tema centrale che appartiene non solo all’uomo religioso, ma alla umanità tutta.

Le emozioni malsane che condizionano gli uomini sono sempre state causa di violenza tra i popoli, e spesso il fine non giustifica i mezzi. L’impero Sabaudo contro l’impero dei Borboni, i soldati contro i briganti, atrocità fatte in nome di un principio, calpestando la dignità umana fino alla deportazione di massa di uomini in lager per farli morire di stenti. L’Italia è il primo paese d’Europa ad aver fatto della deportazione e dei lager un’opera studiata e organizzata, nel 1860. Anche qui chi non aveva accesso alla relazione empatica poteva commettere atrocità dimenticando il corretto agire e come vedete il problema delle emozioni malsane si ripresenta mettendo in discussione la natura dell’uomo prima ancora che la natura delle religioni. 

Un vero spiritualista dovrebbe esser cosciente che per dare una testimonianza autentica di spirito religioso  occorre lavorare in primis su se stessi per accedere alla purezza di mente e di cuore, alla soddisfazione interiore e alla capacità empatica, attraverso cui riscoprire la natura compassionevole, unica arma contro la sopraffazione. Accedere così, coerentemente, a quel principio che in sanscrito si traduce in una parola sola: Ahimsa, non violenza.

Fabio Pitti

 

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